Storie dal sisma, “Siamo rimasti per fare il pane”

pane-pievetorina-640x431PIEVE TORINA – Nella notte della Superluna il borgo di Pieve Torina resta al buio. È un borgo fantasma, dopo il sisma di fine ottobre. Delle 1450 anime che vivevano nella cittadina maceratese sono rimaste qualche decina. Le pareti abbattute delle case sembrano le quinte di un teatro: ecco il centro, dove il terremoto ha violato l’intimità delle case lasciando intravedere quadri familiari senza attori. All’ingresso i cingolati verdi dell’esercito.

Una luce è accesa, dall’una, nella zona industriale. Seguendo il profumo di crosta e farina si arriva al laboratorio di Daniele Pascoli. Trentotto anni, mezza vita da fornaio, padre di tre figli.

Pane e focacce sono state sfornate anche negli stessi giorni del sisma: il laboratorio “miracolosamente” non si è ammalato di terremoto. “Le scosse non ci hanno fatto dormire, avevamo paura, stavamo in auto al freddo. Tanto valeva tornare subito a lavoro”, dice Eleonora, 25 anni, mentre stende la pasta per le pizzette sulla lastra lucida d’olio.

Come per il pane la farina, qui il lavoro è la materia prima. “Non abbiamo mai abbandonato il lavoro”, racconta Daniele mentre sforna pagnotte caserecce. “Ora riforniamo i negozi di Castelraimondo e San Severino Marche. Lavoriamo per loro. In zona ho perso la fornitura di 16 negozi. Tutti chiusi, tra cui il mio, nella zona rossa di Pieve Torina. Daniele e i suoi dieci collaboratori (due li ha dovuti mettere in cassaintegrazione) ora preparano due quintali di pane al giorno, la metà rispetto alle notti prima del 26 ottobre. “I miei collaboratori e io abitiamo in camper o in container acquistati privatamente. Ci adattiamo per restare e lavorare”.

“Delle 35 che c’erano in paese, dice ancora, sono rimasto l’unica partita Iva a lavorare. Spero che ripartano anche gli altri e che torni la gente del paese”. Sono quasi tutti al mare. Una sorta di “villeggiatura” autunnale forzata nei camping e nei bungalow sulla costa. “Sono partito con i panettoni”, spiega Daniele mentre mette a riposo per una lievitazione di 16 ore le palle di pasta gialla che già profumano di canditi e scorza di limone, nei cestini di carta marrone con le stelline disegnate.

Attorno alle 7,30, tolti grembiuli e cuffie, i dipendenti mettono le giacche. Caricati i furgoni, ognuno si mette alla guida per consegnare il pane dove ancora c’è chi lo comprerà. Non a Pieve Torina.

Con la luce nuova del giorno, più del silenzio parlano le ferite delle case, delle scuole. Sulla via del paese dove si trovano gli uffici postali, la banca, i negozi del macellaio e del parrucchiere, come le altre porte è chiusa anche quella del negozio di Daniele. A terra, dentro, i segni della battaglia con il sisma: le bottiglie rotte a terra, le travi in legno che reggono il soffitto piegate dal trambusto della terra.

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